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Tutti contro lo yuan. O no?

Continuano senza sosta i richiami nei confronti del colosso cinese, reo di mantenere ad un livello eccessivamente basso la propria moneta. L’ultimo Congresso del Partito Comunista non ha dal canto suo riservato grandi sorprese. Il solito giochino delle tre carte. Da un lato si vede un apertura, dall’altro gli amici cinesi vanno avanti per la propria strada. Ed alla fine il banco vince sempre. Quindi, se da un lato il riconfermato Hu Jintao ha dichiarato di voler puntare ad una maggiore flessibilità del cambio, anche perché nei prossimi anni la Cina si troverà di fronte ad uno straordinario sviluppo della domanda interna, dall’altro, lo stesso segretario generale, ha anche auspicato una crescita dei marchi cinesi sui mercati mondiali. È da dire che negli ultimi mesi qualcosa si è mosso. Ma non ancora è abbastanza. Il surplus commerciale non accenna minimamente a fermare la sua corsa. I leader occidentali sono concordi che per l’ex impero di mezzo è arrivata l’ora di prendersi le proprie responsabilità. Sarà poi vero? I prezzi cinesi, che scaturiscono si da costi di produzione da terzo mondo, ma anche dal basso livello dello yuan, che le autorità di Pechino si impegnano a tenere artificialmente basso, assicurano a chi oggi si lamenta, prodotti a prezzi irrisori, che altrettanto artificialmente tengono basso il livello dei prezzi su scala mondiale. Si badi bene, non stiamo parlando esclusivamente del made in China a basso costo, che troviamo su bancarelle o discount. Ci si riferisce a quella miriade di prodotti ai quali, una volta superata la frontiera con gli occhi a mandorla, viene attaccato un marchio occidentale e decuplicato il prezzo. Non dimentichiamo poi, che parte del mostruoso surplus serve anche a finanziare il bilancio a stelle e strisce (i cinesi sono grandissimi acquirenti di buoni del tesoro made in Usa). Credo che tutti siano coscienti dei pericoli di uno yuan a livelli di mercato, ma a volte accontentare la piazza è così deliziosamente facile... 31 / 10 / 2007


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