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Senza le auto tedesche non si parte È nel settore auto il motore della terza economia del pianeta, dal quale dipendono gran parte dei destini di crescita del Vecchio continente. Non sono d’aiuto né il supereuro, né l’innalzamento dell’imposta sui consumi, ma i segnali positivi non mancano
Il settore automobilistico tedesco guida la ripresa della prima economia europea, che in questi anni ha sofferto per un tasso di disoccupazione troppo alto, una domanda fiacca ed è venuta a mancare la spinta degli investimenti.
Ma la Germania sta ripartendo: nel 2006 la crescita si è assestata al 2,7%, con il tasso di disoccupazione che è finalmente sceso di mezzo punto sotto il 10%, per la prima volta dal 2002.
I segnali positivi arrivano prima di tutto dal settore auto, nonostante non sia rimasto immune dall’eco degli scandali degli ultimi tempi. Il titolo DaimlerChrysler è ai massimi degli ultimi 12 mesi, Bmw si lecca i baffi per i grandi risultati della Mini, e Porche ha recentemente portato la sua quota in Volkswagen al 30,9%.
Buone nuove anche dal mercato del lavoro, che non è mai andato così bene negli ultimi sei anni, creando nel 2006, 869 mila nuovi posti. Grazie anche ad un inverno particolarmente mite, che ha favorito non poco il settore delle costruzioni.
Dopo esser stata definita il malato d’Europa, appellativo toccato anche al nostro Paese, la Germania si appresta dunque a riscoprire il suo ruolo propulsivo in Europa, che oggi più che mai ha bisogno di un traino. È dagli investimenti delle imprese, molte delle quali hanno approfittato del momento negativo per mettere in atto processi di ristrutturazione, che ci si aspetta il salto di qualità.
La stessa voglia di innovare non la troviamo a livello politico, dove la coalizione che sostiene Angela Merkel non si sta particolarmente distinguendo per capacità innovativa, bloccata sia dai veti interni che da quelli delle opposizioni. È in particolare nel settore delle utilities, che le liberalizzazioni appaiono più urgenti.
Per il 2007 ci si attende un Pil al 2% (2,4% zona euro), anche a causa del fatto che l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, passata dal 16 al 19 per cento dovrebbe, dopo i buoni risultati natalizi, far scendere i consumi al di sotto del +0,8% annuo del terzo trimestre 2006.
L’aumento di 3 punti percentuali della VAT (value-added tax), dai calcoli preliminari, si dovrebbe tradurre in un aggravio dell’1,6% nel comparto prezzi. In parte l’aumento sarà assorbito dai commercianti. Dovrebbe attutire questo effetto negativo il già citato buon momento del mercato del lavoro.
Effetti restrittivi anche dalle manovre in arrivo da Francoforte, fronte Bce. Queste, se ci dovessero essere nuovi rialzi nel costo del denaro, da un lato rallenteranno i nuovi investimenti, dall’altro contribuiranno a rafforzare un euro che di tutto ha bisogno tranne che di essere messo all’ingrasso.
Anche perché, dall’altra parte dell’Atlantico, L’America è alle prese con un rallentamento che non le permetterà nei prossimi mesi di comprare ai soliti livelli il made in Germany. A Berlino si spera quindi nei mercati europei, che a loro volta confidano nell’economia tedesca.
24 / 10 / 2007
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