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Se tutto va bene rallentiamo

Gli analisti non sono concordi sul futuro dell’economia Usa. Secondo la Fed, al 50% il rallentamento a cui stiamo assistendo si trasformerà in recessione Nei giorni scorsi dal Dipartimento del Commercio è arrivata la notizia che nel terzo trimestre la prima economia del pianeta ha fatto segnare un modesto +1,6%, un punto percentuale in meno nei confronti del trimestre precedente e ben quattro rispetto al periodo gennaio-marzo. L’attuale rallentamento dell’economia americana è da ascriversi alla contrazione del mercato immobiliare, che si calcola che abbia sottratto 1,12 punti percentuali alla crescita (ed i cui prezzi hanno fatto segnare il calo maggiore dal 1970), ed alla voragine commerciale. Al 50% questo rallentamento si trasformerà in recessione. Parola della Fed. Secondo la logica del bicchiere mezzo pieno dovremmo invece assistere ad un semplice rallentamento della prima economia del pianeta. Nel modello sviluppato da J. Writght, economista della Banca Centrale americana, se ad un’inversione della curva dei rendimenti si accompagna un livello dei tassi elevato, e questa situazione dura per almeno un trimestre, è in arrivo un periodo di recessione. Ricordiamo che normalmente la curva dei rendimenti è inclinata positivamente, per cui al crescere della scadenza aumenta anche il rendimento dei titoli. È ormai da diverso tempo che la struttura dei tassi di interesse made in Usa presenta un andamento anomalo. Diverse possono essere le cause. Da un lato c’è la pressione esercitata dai Paesi emergenti e da quelli produttori di petrolio, che riversano sui bond americani gli enormi profitti accumulati. Dobbiamo anche rilevare che la forte domanda di titoli emessi in dollari è anche attribuibile al livello dei tassi, più basso del resto del mondo. In presenza quindi di alti rendimenti e di un emittente così affidabile, il differenziale viene fuori con tutta la sua forza. Tra le cause possiamo anche annoverare la rinomata affidabilità della Federal Reserve nel contenere le pressioni inflazionistiche. Se i saggi a lungo servono a coprirsi dal rischio-inflazione, un alto differenziale tra tassi con diverse scadenze sta a significare che gli operatori si aspettano che le politiche di contenimento dei prezzi abbiano successo nel lungo periodo. Il presidente della Fed, lo scorso marzo, non aveva ritenuto preoccupante la curva dei tassi invertita, poiché ci si trovava in presenza di un costo del denaro più basso dell’attuale. La politica rialzista degli ultimi mesi ha decisamente cambiato le carte in tavola. Al momento se acquistiamo un titolo del tesoro Americano con scadenza tre mesi otteniamo un 5,09%. Se invece finanziamo il debito federale comprando il corrispondente titolo a 10 anni, otteniamo un rendimento inferiore di mezzo punto percentuale (4,58%). In condizioni simili, a metà degli anni ’60 e ’80, la spirale recessiva è stata evitata tramite politiche fiscali espansive. Iniziano a circolare voci di un possibile taglio dei tassi, che dall’attuale 5,25% dovrebbero tornare nel 2007 verso quota 4%. Questa eventuale contrazione servirebbe solo a sostenere l’economia statunitense, che nelle previsioni degli analisti non dovrebbe superare quota 2% nel 2007. Nei prossimi mesi la discesa dei prezzi dei prodotti energetici, e l’innalzamento del livello dell’export, potrebbero rappresentare una boccata d’ossigeno e fornire l’occasione per iniziare ad affrontare le contraddizioni che pesano come macigni sull’economia Usa. 24 / 10 / 2007


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