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Non staremo esagerando?

Si parla spesso del deficit americano. Ma le altre nazioni come stanno? Dal Giappone al Bel Paese, passando per India, Cina, Gran Bretagna e Germania, tastiamo il polso a realtà delle quali in genere si parla meno Ovviamente parlando di debiti non possiamo che iniziare dalla nazione che ha ormai fatto del debito, anzi dei debiti, se includiamo anche quello commerciale, uno dei tratti distintivi della propria economia. Stiamo ovviamente parlando della prima economia mondiale, gli Stati Uniti. Nel Paese delle carte di credito, dove la bolla immobiliare ha contribuito a sostenere i consumi (negli ultimi due anni gli americani sono anche riusciti a mettere a segno tassi di risparmio negativi), il debito federale tocca i 9 mila miliardi di dollari. Secondo non solo nella classifica della ricchezza prodotta, ma anche in questa, il Giappone (8 mila miliardi di $). Il Paese del Sol Levante, che negli ultimi tempi sta finalmente vincendo la deflazione che per anni ne ha strozzato l’economia, si consola con il primo posto nel rapporto debito Pil, che arriva a far arrossire il corrispondente dato nostrano, toccando il 170%. Con queste cifre, gli scarsi due mila miliardi tedeschi rappresentano un dettaglio trascurabile. Almeno per ora. Nel 2007 si prevede che l’incremento dell’imposta sul valore aggiunto, combinato con i tassi Bce, attesi in crescita, produrrà un effetto deflativo che non potrà non avere effetti anche sulle entrate statali. Se per quello che riguarda i consumi la Gran Bretagna si pone a livelli americani, il debito accumulato è ai livelli della già citata Germania. Al di là della Manica, comincia a rappresentare un problema il tasso di insolvenza: al 28% degli inglesi è capitato di consolidare i propri debiti, prendendo a prestito per pagare le rate, allungane così il numero, la durata, e diminuendo in cambio l’esborso mensile. Oltre al Giappone, anche la terra di Albione supera gli Usa per la percentuale di debito in rapporto al Pil. Più coscienzioso il comportamento dei francesi che, a 1,5 trilioni di debito, sommano una consapevolezza che li sta portando a ridurre le spese ed a ripagare i debiti sinora contratti. Non possiamo dimenticarci della Cina, dove i consumi, causa anche il basso reddito pro capite, utilizzato per soddisfare i bisogni primari, si pongono decisamente al di sotto degli standard occidentali. Complice anche il sistema di valori, che da sempre tende ad elogiare il risparmio. Anche se i funzionari del partito comunista stanno cercando di divenire economicamente più indipendenti promuovendo il consumo interno, il differimento del consumo è anche figlio della composizione demografica, che dopo decenni di figli unici, si ritrova una popolazione che invecchia sempre più. Ci vorranno almeno dieci anni perché il consumatore con gli occhi a mandorla ci copi anche la voglia di acquistare. Dalla Cina all’India il passo è breve, ed i risultati simili. Anche qui i pattern occidentali sono ad esclusivo appannaggio di una crescente ma numericamente ancora poco importante classe media. In “compenso” il più maturo mercato dei capitali spinge per strumenti finanziari che facilitino gli acquisti. Non ci siamo dimenticati dell’Italia, dove svetta un poco onorabile 107,8% rapporto debito pubblico/Pil. Anche se in tumultuoso sviluppo, il livello di indebitamento dei consumatori non ancora raggiunge i livelli americani. Dopo questa breve carrellata possiamo concludere che anche se, anche a causa dell’importanza che riveste, spesso ci capita di sentir parlare del debito a stelle e strisce, sono poche le nazioni che possono definirsi virtuose. Non lascia tranquilli il fatto che spesso conti in ordine nascondono solo arretratezza economica. 24 / 10 / 2007


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