La FAO lancia l’allarme prezzi, in un anno la bolletta cerealicola aumenterà del 56% La FAO (Food and Agriculture Organization) nel suo consueto rapporto trimestrale, denominato "Crop prospects and food situation" ha reso noto che, dopo il +37% del 2006/2007, nel 2007/2008 la bolletta cerealicola dei Paesi poveri aumenterà del 56%.
Non è la prima volta che l'Organizzazione delle Nazioni Unite lancia questo tipo di allarmi. La produzione cerealicola mondiale è in costante aumento, il problema sta nel fatto che la domanda di questi beni cresce ancora più velocemente: di conseguenza i prezzi vengono spinti all’insù.
Ci sono poi i contratti derivati, che dopo i danni nel settore energetico, anche in questo caso hanno la loro buona dose di colpa. Altra benzina sul fuoco la mette l’uso industriale di biocarburanti, con una crescita che solo negli Usa ha fatto registrare un +37% in un anno.
Da qui il grano ai massimi da 28 anni, mais, soia, colza e riso raddoppiati in due anni. A marzo negli Stati Uniti una tonnellata di grano duro costava più di 480 dollari, 100 in più rispetto a gennaio, il 130% in più su base annua. Stesso discorso per cereali secondari e riso. Quest’ultimo su base che su base mensile è cresciuto del 12% a febbraio e del 17% a marzo.
Il gap tra offerta e domanda sta portando alla diminuzione delle scorte, ai minimi dal 1980: la FAO stima che entro la fine del 2008 perderemo un altro 5% di scorte cerealicole.
Non ci dobbiamo poi scordare del fatto che se nel cosiddetto primo e secondo mondo l’alimentazione rappresenta una percentuale compresa tra il 10 ed il 20% del reddito, nei Pvs si spende per sfamasi percentuali che vanno dal 60 fino ad arrivare all’80 per cento del reddito disponibile.
È quindi facile intuire quale impatto una crescita dei prezzi possa avere su queste economie, e quali ripercussioni sociali potrebbe avere il perpetrarsi di questa situazione. Si sono finora registrati incidenti in Tunisia, Camerun, Costa d'Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Mauritania, Indonesia, Madagascar, Filippine, Perù e Haiti, Pakistan e Thailandia.
E c’è già chi attribuisce alla Cina ed all’India, e non ai nostri stili di vita da badroni, la causa di questa situazione.
15 / 04 / 2008


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