La Cina ora esporta inflazione?
+6,9 tendenziale a novembre, che fa il paio con il 6,5% di ottobre (gli analisti non avevano pronosticato aumenti). Si tratta del dato maggiore degli ultimi 11 anni, che aggiunge nuove pressioni, come se ne sentisse la mancanza, in tema di tassi di interesse e di quotazione dello yuan.
Questo aumento è attribuibile ai prezzi dei prodotti alimentari ed energetici, ed ai 238 miliardi di dollari di surplus commerciale, che per la prima volta ha fatto parlare di surriscaldamento ai dirigenti del partito comunista. Da tenere sotto controllo, vista la potenza demografica, l’andamento dei prezzi degli alimentari.
Una soluzione non è a portata di mano, anche perché l’enorme liquidità non è stata arginata né dalla (parziale) rivalutazione della moneta, né dagli aumenti dei coefficienti di riserva obbligatoria per le banche, né tanto meno dai crescenti tassi di interesse.
I risultati sull’export con gli occhi a mandorla sono stati finora modesti: la crescita delle merci vendute all’estero è passata dal 29 al 22 per cento. E non potrebbe essere diversamente per un’economia che cresce dell’11,5% l’anno.
Dato che nel corso del tempo il gigante asiatico è diventato il capannone industriale dell’occidente, il pericolo è che questa spirale inflazionistica si riversi a piè pari nelle nostre tasche. Non è il momento.
11 / 12 / 2007