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I motori asiatici fanno rifornimento Al centro degli accordi bilaterali degli ultimi giorni, 13 in totale, la grande preoccupazione di India e Cina: la questione energetica
Hindi-China Bhai Bhai. Gli indiani ed i cinesi sono fratelli. Fratelli, aggiungiamo noi, che oggi producono il 7% della ricchezza mondiale. Manmohan Singh e Hu hanno chiesto ai loro collaboratori di accelerare la soluzione della questione relativa i confini tra i due Paesi, che comincia ad assumere contorni anacronistici. In questo momento sono ben altre le priorità.
Le due economie che stanno trascinando un intero continente, sanno che lo sviluppo passa per l’approvvigionamento energetico. Lo sa bene la Cina che, come abbiamo documentato nelle settimane precedenti, ha stretto numerosi accordi commerciali con le traballanti economie africane, lo sa altrettanto bene l’India, che ha messo da parte le pregiudiziali dovute alle relazioni tra l’ex-Impero di Mezzo ed il Pakistan.
“Abbiamo bisogno di amplificare la cooperazione in campo energetico, che ci aiuterà anche nei contratti con i Paesi terzi” ha precisato Hu Jintao. Gli accordi siglati in questi giorni, prevedono lo sviluppo di un programma di cooperazione per lo sviluppo del nucleare civile. Qualche giorno fa l’India aveva sottoscritto un accordo simile anche con gli Stati Uniti.
40 minuti di colloqui bilaterali, hanno caratterizzato la prima visita degli ultimi dieci anni del presidente cinese Hu. In ballo c’è anche (e non potrebbe essere altrimenti) il seggio permanente nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che l’India da qualche anno reclama, e che, oltre all’appoggio statunitense ha anche bisogno del sostegno di un altro membro del Consiglio di sicurezza.
Già qualche mese fa, con l’apertura del passo Nathu La, la volontà di cooperare dei due giganti asiatici aveva iniziato a muovere i primi passi. La nascita del BIPA (Bilateral Investment Promotion and Protection Agreement) mira alla creazione di norme e di istituzioni per promuovere investimenti bilaterali.
Giusto per fare due cifre, secondo la Banca centrale della Repubblica popolare, l’economia con gli occhi a mandorla anche quest’anno farà segnare un ritmo di crescita a doppia cifra (10,5%). Livelli più bassi invece per l’India, anche se un +8,5% rappresenta per le nostre anemiche economie un tasso da fantascienza.
Sono 13 in totale gli accordi stretti in questi giorni tra i due Paesi, vanno dal commercio all’agricoltura, dalle politiche energetiche alle transazioni finanziarie, fino ad arrivare alle politiche formative.
Per meglio comprendere le cifre del fenomeno in atto, basti pensare che nel 1990 l’interscambio era pari a 260 milioni di dollari. 7,6 miliardi nel 2003. Oggi l’obiettivo è quello di raddoppiare e diversificare il più possibile l’attuale volume, portandolo a 40 miliardi entro il 2010.
In cantiere c’è anche un accordo di libero scambio.
Ad esempio, il grande problema del subcontinente indiano è oggi rappresentato dalla mancanza di infrastrutture, essenziali per bilanciare la propria produzione. Guarda quindi con molta attenzione a questi accordi la Huawei Technologies Co., legata (e come potrebbe essere altrimenti) al governo di Pechino, e specializzata nella costruzione di porti, strade e ferrovie.
Dall’altro lato, per la prima volta nella sua storia, l’India potrà vendere il riso basmati in Cina. Nel subcontinente dal 2001 al 2006, secondo recenti studi (CII) le importazioni di prodotti cinesi hanno registrato un +36,3%.
Non è da sottovalutare il fatto, che questi accordi hanno sì una valenza bilaterale, ma mirano anche a far sapere al mondo che India e Cina hanno capito che le loro economie possono essere complementari, anziché rivali.
La più grande manifattura della mondo insieme al Paese che ha fatto della specializzazione nel terziario, il cavallo di battaglia di un nuovo modello di sviluppo. I due leader sanno che solo cooperando, riusciranno a trasformare il XXI nel secolo asiatico.
24 / 10 / 2007
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