L’offerta aggregata
Dopo aver trattato, con tutti i limiti del caso, la domanda aggregata,
questa volta ci occupiamo del lato opposto della barricata, quello
dell’offerta. Dal consumatore al produttore, invertendo un celebre slogan
Si definisce offerta aggregata (AS Aggregate Supply) la
sommatoria dei beni e dei servizi prodotti da un sistema economico in un
determinato periodo di tempo, con un dato livello dei prezzi.
La relazione positiva tra prezzi e quantità prodotte, è descritta dalla
curva di offerta, che individua il livello di produzione che le imprese sono
disposte ad offrire, in corrispondenza di ogni livello di prezzo.
Tra prezzi e produzione economica, e delle singole imprese a livello micro,
esiste come detto una relazione positiva, dato che i prezzi dei fattori
produttivi (particolarmente il lavoro) non crescono rapidamente quanto quelli
dei prodotti finiti. Nel caso del lavoro, i salari non seguono
immediatamente la dinamica inflazionistica.

All’aumentare quindi dei prezzi di vendita, diminuisce il salario reale,
nel caso del lavoro, che le imprese pagano, aumentando di conseguenza la loro
redditività. Ciò le induce a espandere la produzione. Possiamo sintetizzare
l’offerta aggregata nella seguente formula:
Y = Y* + a (P - P°) dove:
Y è il livello di produzione
Y* è il livello naturale di produzione, che si ottiene quando i
fattori produttivi sono usati in modo normale
a è una costante maggiore di 0
P è il livello dei prezzi
P° è il livello dei prezzi atteso
Questa formula sta a significare che nel breve periodo il livello di
produzione è differente da quello naturale, solo nel caso in cui il livello
dei prezzi è diverso da quello atteso. Dato che nel lungo periodo il
livello dei prezzi rispecchia le aspettative, la AS di lungo periodo, nel caso classico, è
verticale.
Nel lungo periodo, gli individui hanno la possibilità di rivedere le proprie
aspettative, le percezioni errate vengono corrette, i salari nominali e i
prezzi non presentano rigidità. In questo caso, l’offerta aggregata è correlata
con la produttività e con l’espansione dei fattori produttivi, come un maggiore
stock di capitale, un aumento del numero delle aziende, l’aumento della
popolazione attiva, ecc…
Per incremento della produttività si intende invece una migliore preparazione
professionale dei lavoratori, l’incremento delle risorse destinate alla
ricerca, riforme del mercato del lavoro e così via. E’ per questa ragione, che nel
lungo periodo, il livello di produzione sarà influenzato solo da questi
fattori, graficamente ci troveremo di fronte quindi ad una AS verticale.
In questo caso quindi, l’unica conseguenza di politiche di sostegno
della domanda, sarà di innalzare il livello dei prezzi. Questo perché,
essendo il mercato del lavoro in equilibrio, la produzione non può aumentare. E
quindi saranno i prezzi a salire.
Gli economisti Keynesiani hanno invece ipotizzato una curva orizzontale,
che comporta che le politiche di sostegno della domanda influiscono solo sul
prodotto finale, senza intaccare i prezzi.
All’inizio degli anni ’70, in concomitanza con l’innalzamento delle quotazioni
delle materie prime, le teorie economiche che privilegiano il lato
dell’offerta, sviluppate da Robert Mundell, Arthur Laffer e Jude Wanniski,
esplosero con tutta la loro forza.
A livello politico, contribuiranno in maniera determinante al successo di
queste teorie Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il contrasto con le
idee Keynesiane, che per 40 anni avevano regnato incontrastate, e che
ricordiamo si basavano sul ruolo riequilibratice delle politiche di sostegno
della domanda, era sin troppo evidente.
Così come era netto e deciso il contrasto con le forze
sindacali, ritenute causa delle rigidità nel mercato del lavoro. Le
politiche economiche, furono incentrate principalmente sul lato dell’offerta
(supply side), in modo da favorire gli investimenti, e per questa via l'offerta
di beni da parte delle imprese, secondo i dettami della legge di Say: è
l’offerta a creare la domanda.
Corollario naturale dell’accresciuta offerta sarebbe stato un aumento della
domanda.

Uno dei simboli di questa nuova corrente di pensiero è stata
la curva di Laffer, che anche oggi viene spesso ripresa, di tipica forma
campanulare. Questa rappresentazione grafica mette in relazione il tasso di
imposizione fiscale con il gettito che da esso derivata. A tassi di
imposizione via via crescenti non corrisponderebbe un aumento proporzionale del
gettito per le casse dello Stato, anzi, superata una certa soglia, il gettito
inizierebbe a scendere.
L’imposizione fiscale è quindi vista come un balzello che diminuisce
l’efficienza del sistema.
I critici di queste politiche economiche hanno argomentato che si tratterebbe
solo di un cavallo di Troia per ridurre l’imposizione fiscale a carico dei
ceti più abbienti, con la conseguente creazione di spaventosi deficit di
bilancio.
Nel prossimo articolo vedremo come politiche di sostegno della domanda e dell’offerta
influiscono sull’andamento sistema economico.
04 / 11 / 2007