Analisi economica - di Luca Fiore
lunedì 6 ottobre 08 - 13:24
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La domanda aggregata

La domanda aggregata rappresenta l’insieme di tutta la domanda economica in un sistema. Si definisce come somma di consumi, investimenti, servizi pubblici e privati ed esportazioni nette, effettuati in un dato periodo, in un determinato sistema economico I consumi sono effettuati dalle famiglie (C), gli investimenti dalle imprese (I). La terza voce, la spesa pubblica, rappresenta ciò che lo Stato spende per garantire i servizi ai cittadini (G), le esportazioni nette, scaturiscono dalla differenza tra esportazioni ed importazioni, che se positiva, fa crescere il livello di domanda, in caso contrario, la diminuisce (NX).

La domanda aggregata (AD, aggregate demand) può essere rappresentata come una curva inclinata negativamente con il reddito nazionale (Y) sull’asse delle ascisse, ed il livello dei prezzi su quello delle ordinate (P). All’aumentare del livello dei prezzi, la domanda di beni e servizi, e quindi il reddito nazionale, tende a diminuire. PIL = Y = C + I + G + NX I consumi scaturiscono da questa formula: C = C + cY. C sono i consumi autonomi, indipendenti quindi dal reddito: a prescindere dal volume delle entrate, esiste una quota di consumo alla quale non si può rinunciare (consumo di sussistenza). La seconda parte dell’equazione è invece costituita dalla propensione marginale al consumo, quella parte cioè, che varia al variare del reddito. Anche per gli investimenti esiste una parte fissa ed una variabile, influenzata dal costo del denaro. Più questo è elevato, minori saranno i progetti di investimento che superano il rendimento ottenibile investendo ai tassi correnti. Se io ho un’azienda, e so che un certo investimento produttivo mi renderà ad es. il 4%, lo effettuerò con un costo del denaro al 3%. Non rischierò il mio capitale nel caso in cui posso ottenere un rendimento maggiore (5%) investendo in titoli di Stato. Ci sono poi le spese operate dalla pubblica amministrazione (per la difesa, per l’istruzione, per la salute, per le infrastrutture, ecc.), che presentano un aspetto interessante. L’aumento di produzione derivante da un incremento dell’intervento è maggiore dell’incremento iniziale di G. Questo perché l’aumento del reddito, conseguenza dell’incremento di G, porta alla crescita anche dei consumi C, che a loro volta porteranno ad un aumento del reddito, che farà di nuovo aumentare i consumi, e così via. La conseguenza, è che alla fine, grazie a questo effetto moltiplicatore, l’effetto finale è maggiore dell’esborso dalle casse statali. La stessa dinamica vale anche per incrementi delle altre componenti "autonome" della domanda aggregata. L’effetto moltiplicatore sarà tanto maggiore quanto più elevata è la propensione al consumo, più incremento di spesa pubblica verrà “rimesso in circolo”, maggiore sarà l’effetto finale. Abbiamo detto che la AD è una relazione inversa tra livello dei prezzi (P) e PIL. Poniamo che la spesa pubblica sia decisa dal governo in maniera autonoma, e per semplicità di trattazione escludiamo il canale estero. Sono i consumi e gli investimenti ad avere una relazione con P. I consumi, oltre a dipendere dal reddito disponibile, sono funzione anche della ricchezza. Ciò che alla fine conta non è la quantità di moneta in senso assoluto, ma la ricchezza che essa rappresenta in termini reali. Il suo reale potere d’acquisto, quello che posso acquistare con il mio gruzzolo. Quindi è immediato constatare che, al diminuire del livello dei prezzi, la ricchezza da me posseduta cresce. Se sono più ricco aumentano anche i miei consumi (effetto Pigou). Un po’ più laboriosa la spiegazione dell’effetto Keynes, economista britannico della prima metà del XX secolo. Abbiamo visto che il rapporto M/P (quantità reale di moneta) sale al diminuire del livello dei prezzi. La maggior ricchezza sarà dirottata verso l’acquisto di titoli, il cui prezzo crescerà. Essendo la relazione tra prezzo dei titoli e tasso di interesse inversa, scenderà il loro rendimento. Con un tasso di interesse più basso, aumenta il livello degli investimenti. Vediamo quindi, che al diminuire del livello dei prezzi, corrisponde sia un aumento degli investimenti, che un innalzamento del livello dei consumi. Sull’andamento della domanda, è stato eretto uno dei pilastri centrali della macroeconomia keynesiana. Nei momenti in cui la domanda aggregata è debole, come nel caso della Grande Depressione della prima metà del XX sec., le imprese riducono la loro produzione e quindi i livelli occupazionali. Secondo i keynesiani, dato che i salari, anche in presenza di disoccupazione, nel breve periodo non possono scendere al di sotto di un livello minimo, ci si troverà in un livello di equilibrio in presenza di sotto occupazione. In questi casi, Keynes ha indicato nell’intervento pubblico la ricetta per un nuovo equilibrio, in cui siano salvaguardati i livelli produttivi e quindi occupazionali. E’ proprio l’intervento dello Stato a sopperire agli investimenti privati, ed a “rimettere in moto il sistema”. Queste idee, sviluppatesi come detto in seguito alla crisi dei primi anni ’30, sono state molto in voga per circa 40 anni. Lo shock petrolifero, e la caduta del sistema di Bretton Woods, rivelarono l’inadeguatezza di questo approccio nei confronti delle tematiche inflazionistiche. L’interesse si inizia così a spostare sull’offerta aggregata, che tratteremo nel prossimo articolo. 04 / 11 / 2007

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